«QUEL CAVALLO MI HA FATTO SENTIRE VIVA»

21-11-2017

Francesca Schiavello, endurista romana classe 99, descrive con sensibilità e trasporto interiore il rapporto di empatia che, con il tempo, ha creato un cavallo speciale “.

«Ho aperto il mio pc e, come ogni volta che lo faccio, ho trovato come sfondo una foto dal vecchio album di Arthur. Probabilmente questo è il primo selfie che ho scattato con lui. Mi si scalda il cuore. Sono già passati un paio di mesi dall’ultima volta che l ho visto e chissà quanti ne passeranno La nostalgia potrebbe farmi scrivere per ore. Scriverei dellamore che provo per lui, che non si spegnerà mai, anche se non dovessi più vederlo. Scriverei di quante emozioni abbiamo condiviso.

Scriverei delle vittorie, non di quelle che vengono celebrate sul podio, ma soprattutto di quelle che gli altri non conoscono, quelle che ci hanno fatto venire i brividi e battere il cuore forte davvero: quando c’eravamo solo noi, la terra che ci tremava sotto e il vento che ci correva contro.

Quelle volte in cui gli sussurravo va bene, fratellino, corriamo un po’ e mi sembrava di spiccare il volo non appena lo lasciavo semplicemente andare e mi affidavo completamente a lui.

Scriverei di quei momenti in cui preferivo parlare alle sue orecchie pelose piuttosto che a qualsiasi persona; di come mi calmava stare al suo fianco, quando un attimo prima avrei voluto spaccarmi la testa addosso ad un muro; di come mi faceva ridere quelle volte in cui gli altri non ci riuscivano; di tutte le follie che ho fatto insieme a lui e con nessun’altro.

Scriverei degli allenamenti, quelli in cui andavamo lontano da tutti e così, insieme, raggiungevamo un traguardo dopo l’altro, ogni chilometro ci rendeva più forti di prima. Scriverei degli abbracci e dei baci che davo solo a lui.

Scriverei delle sconfitte, delle cadute e dei mesi trascorsi a riposo. Quando sfasciavo e rifasciavo l’anteriore quanto mi dispiaceva che non potesse correre come avrebbe voluto fare.

Scriverei della gioia che mi ha invaso quando finalmente ho potuto farlo correre libero dopo tanto tempo di dovuto riposo e vedere la gioia in lui. Scriverei di quanto mi ha insegnato, di quanto mi ha reso forte e vulnerabile allo stesso tempo.

Forte perché mi sembrava tutto più bello quando ci stavo insieme, perché non importava quanto marcio ci fosse stato nei miei pensieri durante la giornata: quando ero con lui quel marcio era scomparso.

Vulnerabile proprio per i momenti come questi, in cui non faccio altro che rimpiangere quei tempi in cui mi rendeva così viva. Agli occhi di qualcuno sembrerà così ridicolo che non leggerà le parole che sto cercando di mettere in fila per celebrare quel rapporto che avevamo costruito e al cui ricordo mi viene un groppo in gola e un sorriso involontario.

Non riuscirò mai a mettermi l’anima in pace e a smettere di sentire la sua mancanza come fosse un peso sulla coscienza.

Quel cavallo mi ha fatto sentire viva, con tutte le sfaccettature che comporta sentirsi vivi».

Un testo denso e ben scritto che, periodo dopo periodo, dà ragioni oggettive di riflessione.

E’ tempo di condividere una strada, quella della conoscenza sociale dell’‘ Endurance italiano.

Mi rivolgo anzitutto ai giovani, a chi sui social mai manca di esternare sensazioni, emozioni e speranze: scrivete la vostra storia.

Diamo, insieme, un tocco umanista alla bellissima passione che condiamo.

Da endurista e da giudice nazionale di disciplina prima, da giornalista poi, vi dico che è giusto regalare  allEndurance una voce inclusiva e sociale.

Buona narrazione a tutti, nessuno escluso.

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Filippo Caporossi

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